Anche in questa legislatura è molto probabile che non si riuscirà a realizzare una seria riforma del sistema portuale. La sequenza di provvedimenti negativi è una costante dei governi Berlusconi: come nella legislatura 2001- 2006 anche in questa non è stanziata nessuna risorsa aggiuntiva, sono anzi state sistematicamente sottratte risorse già stanziate, non è stata presa nessuna iniziativa per fronteggiare la crisi già in atto ed aggravata dalla crisi economica e finanziaria. Soprattutto, non c’è nessuna disponibilità a varare l’autonomia finanziaria per i porti, essenziale pilastro di riforma della legge 84/94.
I porti italiani sono dunque una delle tante ricchezze che il nostro paese sfrutta male. Per questo la Commissione Lavori Pubblici del Senato ha lavorato per arrivare finalmente ad una legge di riforma che consegnasse ai porti vera autonomia finanziaria, certezza delle competenze, possibilità di sviluppo in connessione con gli altri mezzi di trasporto. Una legge che ha navigato tranquillamente fino a quando, improvvisamente, mesi fa, il Ministro delle infrastrutture Matteoli ha annunciato una legge delega di provenienza governativa che ha avuto un percorso tempestoso, ed ora si è bloccata, non va più avanti, anzi sembra essere scomparsa. Uno dei tanti frutti malati del conflitto perenne tra il Ministero dell’economia, che non vuole la legge per non perdere il controllo delle risorse generate dai porti, ed il debolissimo Ministero delle Infrastrutture, ormai di fatto ridotto al rango di Ministero senza portafoglio.
Carenze e miopia. In un momento tanto delicato per l’economia, perseguire il rilancio delle naturali porte di accesso ai traffici internazionali delle merci, da e per il nostro paese, in termini di sviluppo infrastrutturale deve costituire la principale priorità nella selezione dei ridotti investimenti pubblici ancora possibili.
I porti italiani manifestano una generale carenza di infrastrutture di collegamento con le principali arterie autostradali e ferroviarie, aspetto che determina una pesante ricaduta sulle città all’interno delle quali spesso sono inseriti, ma anche la preferenza da parte dei grandi terminalisti a utilizzare i porti del nord Europa.
Ma i nostri porti manifestano, alle banchine, carenze di piazzali e spazi di accosto necessari all’incremento e alla specializzazione dei traffici registrati in questi anni e di aumento della profondità dei fondali e dei canali di accesso, interventi indispensabili per consentire ai nostri porti di essere utilizzati dalle grandi portacontainer. .
Per realizzare dighe foranee per l’espansione a mare dei piazzali o il dragaggio dei fondali portuali, l’intervento da parte dello Stato è inevitabile sia per procedure più rapide che in termini di risorse, perché difficilmente questi interventi potranno realizzarsi con la finanza di progetto.
Ma soprattutto i nostri porti hanno bisogno di fare tra loro sistema, superando gli ambiti angusti di una concorrenza che, in un periodo di crisi, li ha visti ripiegarsi in una sterile competizione tra loro e, più spesso, all’interno dei porti stessi, più finalizzata ad accaparrarsi i residui traffici rimasti che a conquistarne di nuovi.
Occorre invece che i porti progressivamente si specializzino secondo le loro vocazioni naturali e facciano tra loro sinergia per sviluppare una competizione maggiormente rivolta all’esterno, tesa cioè a conquistare posizioni di maggior rilievo della portualità italiana nello scenario internazionale e quindi un governo in grado di fornire una visione di sviluppo condivisa e non si limiti all’interesse per le nomine della governance portuale e a mettere le mani sul demanio marittimo.
Sono state necessarie dure battaglie in Parlamento anche solo per mantenere le poche risorse disponibili e garantire qualche forma di sostegno all’occupazione nel settore.
Nella legge proposta dal Partito Democratico i porti ridiventano snodo centrale di un sistema che utilizza tutti i tipi di trasporto in maniera connessa tra di loro e consente da un lato di salvaguardare le importanti funzioni pubbliche che i porti comunque esercitano e dall’altro di consentire anche ai privati di investire non con obiettivi speculativi ma con l’obiettivo di concorrere ad un sempre più forte sviluppo del sistema. Realizzare questo è possibile: semplificando le normative per modernizzare gli scali; consentendo, con l’autonomia finanziaria, di spendere le risorse generate dai porti per farli crescere ancora di più garantendo investimenti statali mirati per rendere i porti uno snodo vero e continuo di scambio delle merci con tutto il mondo, ed in particolare con quelle economie in rapido sviluppo, come quella indiana e cinese.
La crescita dei porti è un tassello importante del rilancio economico del nostro paese.

Sen. Marco Filippi