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L’idea di aver dato vita a questo incontro nasce dal desiderio di favorire il dialogo tra tutti i protagonisti del lavoro, in particolare il lavoro degli stranieri; sono stati invitati quindi gli immigrati, le associazioni di categoria, i sindacati, i rappresentanti delle istituzioni, le associazioni di volontariato che aiutano gli stranieri ad integrarsi, affinché possano confrontarsi sulle criticità che incontrano sia nella fase dell’assunzione, sia durante le diverse fasi dell’attività lavorativa riguardo tutti gli aspetti che riguardano il lavoro: la conoscenza dei diritti e dei doveri, l’interazione con i lavoratori italiani, la comprensione della lingua; gli scogli da superare possono essere tanti e di varia natura e noi siamo qui per proporre un percorso che aiuti la comprensione reciproca e lo scambio.
Viviamo tempi difficili per l’integrazione. Gli stranieri rappresentano il 7% circa della popolazione italiana (sono circa 5 milioni) e nel giro di pochi anni si stima che triplicheranno. Sono 900.000 i giovani di seconda generazione che lo Stato italiano considera ancora stranieri, pur essendo nati in Italia e cresciuti accanto ai nostri figli, educati nelle nostre scuole.
A differenza della Francia, dell’Inghilterra, degli Stati Uniti, un bambino nato da genitori stranieri sul territorio italiano non ha diritto alla cittadinanza. Se dopo i 18 anni non continua a studiare o non trova un lavoro entro 6 mesi è a rischio di espulsione.
Sfatare alcuni luoghi comuni è l’unico modo per rispondere alla strumentalizzazione politica dell’immigrazione messa in campo dall’attuale governo. L’immigrazione ha origini, numeri e motivi ben diversi da quello che vogliono farci credere.
Siamo di fronte al fallimento totale e clamoroso della politica del governo sull’immigrazione, quella che ha alimentato la paura, che ha azzerato le politiche di cooperazione allo sviluppo, che lascia soli i comuni a gestire le politiche di integrazione, che si comporta come se l’immigrazione fosse un incidente, che fa solo una politica securitaria e non ha una politica migratoria. Non basta che il nostro presidente del consiglio dichiari di comprare una villa a Lampedusa e dica di volervi costruire un casinò (che peraltro la legge italiana vieta) per dare l’impressione che a tutto c’è rimedio. C’è un grande cinismo sul tema immigrazione: un governo che “costruisce” ad hoc l’emergenza di Lampedusa facendo passare il messaggio che Lampedusa è l’esempio di come potrebbe diventare l’Italia in seguito ai flussi, per agire sulla paura, per lucrare politicamente, va contrastato.
Dobbiamo aprire una sfida culturale e politica con l’opinione pubblica del ns. paese, basata sul dialogo e la conoscenza reciproca.




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